sabato 22 settembre 2018

About "UN AFFARE DI FAMIGLIA"



È trascorso oltre mezzo secolo dal cinema muto di Yasujiro Ozu che raccontava di famiglia e lavoro nella società giapponese. Il cinema nipponico però continua a brillare nei temi sopracitati (che noi europei amiamo tanto) e prova ne è l'ennesimo RE-title di questa nuova opera del sagace Hirokazu Kore'eda, in patria letteralmente "Taccheggiatori" translato in "Un affare di famiglia" (come accadde al suo "Ritratto di famiglia con tempesta" tradotto dall'originale "Più profondo dell'Oceano). Non che sia uno specchietto per allodole comunque questa traduzione selvaggia poiché di famiglia realmente si parla. Il film, infatti, mette in luce uno dei significati meno utilizzati (ma pur sempre appropriato) della parola famiglia che, nel caso specifico, non comprende legami di sangue o DNA ma solo un complicato equilibrio di dare e ricevere con affetto e opportunismo all'interno di un nucleo sociale. 

Osamu è un uomo di mezza età, un "balordo" dai buoni sentimenti che vive di espedienti, lavoretti saltuari e, soprattutto, utilizza il furto in maniera sfrontata e assidua in compagnia del piccolo Shota. I due condividono un piccolo e umile appartamento con Nobuyo (la compagna di Osamu), la bella Aki e l'anziana Hatsue.
Tra le minuscole e polverose stanze, sovraffollate e congestionate da una suppellettile disordinatissima, regnano armonia e felicità. Un solido legame di affinità e reciproci bisogni, che neppure gli stenti e le difficoltà riescono a ossidare, fa da armatura ai rapporti tra conviventi. 
Quando Osamu e Shota, di ritorno dalla "spedizione" furtiva in un market, s'imbattono nella trascurata e infreddolita Yuri (una bambina seria e silenziosa), non esitano a rifocillarla e darle ospitalità. Dopo aver scoperto che i genitori naturali della bambina sono violenti e incuranti, Nobuyo decide di non riportarla a casa e di accoglierla nella loro famiglia.

Il film solleva un tema vecchio ma sempre attuale Una madre è solo colei che partorisce? e pur non fornendo verità oggettive sa innescare numerose riflessioni sugli affetti e sul fatto che (naturale o meno) la famiglia non si sceglie.
L'ambientazione giapponese (così densa di stress e di fascino) non deve ingannare su quanto lontana sia la questione (basta pensare agli eterni dibattiti sulla famiglia ogniqualvolta si leggifera sui diritti) ma focalizza l'obiettivo sull'affetto, spesso grande seppur proveniente da un pessimo esempio di soggetto civile.
La fotografia retrò rende tutto più "domestico" e reale anche se a tratti sembra farti perdere il filo del "quando".
Per quasi un'ora mi sono interrogato su trama e target del film, poi le congiunzioni si fanno più chiare. I segreti (anche macabri) venendo alla luce riordinano una storia di grande umanità che prende forma nei sobborghi più poveri per mostrare a me, spettatore, la grande fatica dell'affrontare positivamente (ogni giorno) la drammaticità della vita.

Palma d'Oro a Cannes meritata.

Enrico Bonifazi (Cinerubik)

mercoledì 28 febbraio 2018

About "LADY BIRD"




Greta Gerwig, si piazza dall'altra parte della macchina da presa per dirigere (dopo averlo scritto) Lady Bird, film premiato ai Golden Globe 2018 con due statuette (categorie "commedia o musicale" e "attrice protagonista") che vanta anche cinque nominations agli Oscar.
La frizzante commedia che rasenta talvolta il piccolo dramma esistenziale, racconta il disagio sociale di Christine McPherson studentessa diciassettenne desiderosa di smuovere il suo status quo, "presa in trappola" tra il liceo cattolico che frequenta, un padre depresso, un fratellastro inconcludente, una madre intransigente e  (come un estintore sulla fiamma accesa) sempre pronta a insinuare sensi di colpa sulla sua voglia di sognare e di "volare" via; di migrare da una città, Sacramento, che ella sa amare e odiare al tempo stesso; volare via come l'uccello (bird) con il quale si ribattezza da sé (Lady Bird) per spogliarsi da quel "religioso" Christine che le hanno "affibbiato" i genitori.

Saoirse Ronan
Lady Bird (2017): Saoirse Ronan

Professore: "Christina"
Lady Bird: "Lady Bird"
Professore: "Is that your given name?"   -trad- "È il tuo nome di battesimo?"
Lady Bird: "yep" -trad- "Sì"
Professore: "Why is it quote?" -trad- "Perché è scritto virgolettato?"
Lady Bird: "Well, I gave it to my self, it's given to me by me" -trad- "Già, me lo sono dato io, battesimo per me da me"



La Gerwig, dunque, "impiatta" sentimenti adolescenziali in verità non nuovi a trasposizioni cinematografiche riuscendo però a trovare quella combinazione d'ingredienti che appetiscono, sfamano, appagano in un film che sa parlare chiaramente i complessi linguaggi dell'età studentesca e della crescita. Lady Bird, "svolazza" di ramo in ramo nell'indigesta realtà del "lato povero dei binari" (frase da lei pronunciata che pare metafora ma è realtà) che sa di poter abbandonare solo (apparentemente) fingendo di essere quella che non è cioè vestendo i panni della ragazza benestante e spregiudicata in cerca di popolarità oppure (realmente) riuscendo a farsi accettare in una qualunque tra le tante università della costa orientale alle quali ha fatto domanda, contro ogni possibilità economica sostenibile, all'insaputa della madre.

Saoirse Ronan, Beanie Feldstein
Lady Bird (2017): Saoirse Ronan, Beanie Feldstein

Oltre ai sogni di affermazione e ribellione, nella sua vita trovano spazio l'amicizia vera e quella d'opportunismo, la scaltrezza e l'invidia, rabbia, comprensione, insubordinazione e (più per curiosità che per malizia o passione) le prime scoperte sessuali, tutti sentimenti capaci di forgiare in lei un carattere forte e fiero. Con il pesante fardello dell'insoddisfazione e sbandierando i suoi diciotto anni come un trofeo, Lady Bird tenterà di spiccare il suo volo più ampio, verso la realizzazione e un'età adulta da amare e non più da sopportare, lontano da Sacramento per poi ricordare con affetto e malinconia i quartieri e la casa nella quale avrebbe desiderato vivere e (a distanza) ricucire il rapporto con la madre e con la propria famiglia.

Saoirse Ronan, Laurie Metcalf
Lady Bird (2017): Saoirse Ronan, Laurie Metcalf

Il forte impatto narrativo si regge per gran parte sul valore degli interpreti come le bravissimeSaoirse Ronan (Christine -Lady Bird-) e Laurie Metcalf (la signora McPherson) oltreché sulla sagacia della director (eh già, servono davvero più prospettive femminili nel cinema!) che "pillolizza" alcune scene impedendo alla noia di metter radici e riesce a essere esaustiva al tempo stesso. Il montaggio è infatti un'autentica chicca con repentini cambi di scenario una volta che il concetto è stato espresso senza enfatizzare nulla ma curandosi che il pubblico assimili bene ogni evento. Ne è un chiaro esempio, all'inizio del film, il battibecco in automobile madre-figlia nella sequenza che precede i titoli di testa, al termine del quale la ragazza compie un gesto estremo che non viene successivamente rimarcato se non tramite l'eloquente traccia di un pennarello sul gesso. La narrazione è questa, fatta anche di scritte furtive sui muri, dettagli inanimati ed espressioni facciali semplici da codificare.

Una curiosità riguarda Lucas Hedges (nella foto insieme alla regista), che interpreta lo studente Danny, dal quale è attratta Lady Bird: Lucas ha fatto da spalla ad Affleck in Manchester by The Sea (ricevette anche lui una nomination come supporter) e l'ho visto appena ieri in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri accanto a Frances McDormand (nomination 2018) oltre a questo film (la Ronan nominata); devo dire che il ragazzo seleziona bene i suoi ruoli e (a quanto pare) valorizza chi affianca niente male.

Greta Gerwig, Lucas Hedges
Lady Bird (2017): Greta Gerwig, Lucas Hedges

Soirse Ronan è nuovamente alle prese (come due anni fa nel bellissimo "Brooklyn") con l'esigenza di lasciare "casa" contrapposta alla malinconia del distacco, situazione capace di far gemmare nel suo personaggio numerosi stati d'animo in contrasto tra loro e dopo averne apprezzate l'evoluzioni, mi sento di consigliare vivamente la visione di questa "metafora" dell'uccello che deve migrare per sopravvivere ma che poi, guardando indietro da lontano con diversa prospettiva, troverà sempre un modo per capire qual è il momento giusto per tornare e dare un significato al proprio volo. Non esiste una strada che non implichi scelte e rimpianti. La vita per Lady Bird è un costante avanzare verso le grandi aspettative e il sogno di autonomia.

Enrico Bonifazi (postato su FilmTV.it)

domenica 21 gennaio 2018

About "THE MIDNIGHT MAN"



I film horror solitamente necessitano di mente aperta e sospensione di credibilità/realtà che di fronte a un prodotto ben realizzato dal quale consegue buona empatia dello spettatore, diventano caratteristiche prescindibili. Non è il caso di THE MIDNIGHT MAN, diretto dal Travis Zariwny (quello del reboot di Cabin Fever), che sfrutta una vecchia leggenda statunitense, quella dell'uomo di mezzanotte, per imbastire un horror che pur avvalendosi di due mostri "sacri" del cinema horror come ROBERT ENGLUND (il mitico Freddy Krueger anni '80) e LIN SHAYE (salita alla ribalta con la serie di INSIDIOUS e con OUIJA) finisce per non convincere MAI, per quanto ci si possa sforzare.


La trama ricorda una versione horror di Jumanji (che per una strana coincidenza è uscito contemporaneamente nelle sale)  con candele e una serie di regole da seguire per evocare l'uomo di mezzanotte, col quale poi iniziare un tetro gioco di sopravvivenza che prevede regole da rispettare con rigore, pena la morte (la quarta regola NON ADDORMENTARTI MAI, visto che il gioco dura poco più di tre ore, rivela già una certa superficialità). In ogni sua parte il film risulta rivedibile, dalla prima all'ultimissima scena, col montaggio che dimentica (volutamente?) di chiarire alcune situazioni che affiorano "stroboscopicamente" nei numerosi flashback. Ci si trova così ad assistere piuttosto insensibilmente ad eventi che scorrono piuttosto slegati e incomprensibili come morti violente, piogge di sangue, suicidi, animali sgozzati, senza un vero legame emotivo (nessuna spiegazione, ad esempio, per la morte di un coniglietto domestico). L'uomo nero di turno, svelato in maniera schietta e precoce (per la cui espressività viene rispolverata la distorsione vocale di Jigsaw) pare inizialmente un "burattinaio" sadico alla "vorreiesserKrueger" ma diviene inefficace e poco credibile via via che ogni dettaglio delle sue sembianze viene focalizzato. Il tutto viene "condito" da dialoghi poco curati della serie "buona la prima che si risparmia tempo" (vale per scrittura e recitazione) che i protagonisti cercano di rendere attuali e fluidi (impresa più impossibile che ardua). Nella "scialba zuppa" galleggiano a fatica anche Englund e la Shaye, il primo a causa di una teatralità che nulla ha a che vedere con il cinema (un esempio ne è la sua apparizione a sangue freddo sul divano nel bel mezzo del dramma) e la seconda a causa della davvero insensata ambiguità del suo personaggio.


I due ragazzi giovani (GABRIELLE HAUGH e GRAYSON GABRIEL), palesemente incapaci di barcamenarsi con una sceneggiatura simile a un colapasta che fa acqua da tutte le parti, anzi a fessure talmente larghe da non poter trattener nemmeno la pasta, in questa minestra ci annegano goffamente, inscenando atteggiamenti e reazioni totalmente fuori dalla realtà (merita menzione anche la pettinatura anni novanta di Gabriel.


 Un film che aspettavo come la punta di diamante horror della Adler Entertainment ma che cercherò di dimenticare più in fretta possibile. Sono uscito dal cinema delusissimo. Prodotto dozzinale che nonostante tutto, facendo leva sugli appassionati del genere, al botteghino farà la sua parte.
Io ci sono cascato con tutte le scarpe.

Enrico Bonifazi 

giovedì 16 novembre 2017

About "AUGURI PER LA TUA MORTE"




Quando (specialmente in campo scientifico) ci si concentra verso un obiettivo ma per forza o per caso se ne consegue un altro, non necessariamente insignificante o minore ma semplicemente diverso, si utilizza il termine (che amo moltissimo) serendipità. Dev'essere stato proprio in forza di  serendipità se io, recandomi al cinema per vedere l'horror "Auguri per la tua morte" (incuriosito dal "blasone" Blumhouse), mi sono trovato ad apprezzare la pop-horror-remix-comedy "Auguri per la tua morte".

La protagonista è Tree (Jessica Rothe), una giovane, spregiudicata, bella e odiatissima studentessa di college che dopo i postumi di una sbronza si sveglia, il giorno del suo compleanno, in un dormitorio maschile, nella camera di un ragazzo sconosciuto di nome Carter (Israel Broussard) dal quale si congeda con freddezza e cinismo. Al termine di una giornata utile soprattutto a far capire allo spettatore quanto Tree sia spietata nei rapporti con le persone che frequenta (sorellanza, compagna di stanza, amante, spasimanti e perfino col padre) un killer misterioso la segue e la uccide in modo spietato. Dopo il suo assassinio il risveglio sarà per lei nella stessa camera di Carter, nel medesimo giorno e accantonata la speranza di trovarsi a fare i conti con un improbabile dejà vu, la consapevolezza non può che essere quella di essere intrappolata in un incubo che si concluderà inesorabilmente con la sua morte nel giorno che celebra la sua nascita. Da sola dovrà cercare di sopravvivere per giungere finalmente al domani.

Il film prende più di uno spunto dal bellissimo "Ricomincio da capo" omaggiandolo strutturalmente, implicitamente e talvolta palesemente (come nel dialogo in cui Carter scherzando dice a Tree che si deve vergognare per non avere mai visto un simile capolavoro e di non conoscere Bill Murray). L'idea di ambientare un film in uno spazio tempo che è una sorta di disco rotto non è certo una novità ed era stata ripresa in passato più di una volta da film come "Source Code", "100 volte Natale" o il recentissimo dramma "Prima di domani" ma per quanto riguarda l'horror non mi sovvengono precedenti significativi (segnalazioni eventuali sarebbero gradite). Bisogna però fare una distinzione tra il diverso peso specifico che hanno il viaggio introspettivo di Murray nel giorno della Marmotta e il percorso d'individuazione della giovane Tree; i due personaggi pur avendo in comune, inizialmente, un cinismo che spesso sconfina nella perfidia, giorno dopo giorno  s'indirizzano verso un atteggiamento più "umano" nei confronti del mondo impossibilitati di cambiare tempi e avvenimenti.

In "Auguri per la tua morte" tutto è raccontato con un linguaggio giovane e talvolta volgarotto ma caratterizzato da grande autoironia. Ben presto ho capito che l'horror che pregustavo era un timballo di generi e citazioni tra le quali i sentimenti trovano più luce di scena del sangue. Mi sono tornati in mente vecchi film "impolverati" come Schegge di Follia e le terribili Heathers ma anche le atmosfere di Scream. È stato proprio Tony Gardner infatti (lo stesso ideatore della maschera del killer di Scream) a partorire il volto da baby-psycho che nasconderà fino all'ultimo l'identità dell'assassino di Tree.

I differenti atteggiamenti della giovane nei confronti degli avvenimenti che le accadono intorno e che via via lei impara ad affrontare sempre in modo diverso sono la parte divertente del film che si mantiene godibile nonostante alcuni anelli deboli nella trama e alcuni eccessi. Non essendo un'opera pretenziosa ma di puro intrattenimento mi viene spontaneo soprassedere su " weaknesses" che in effetti ci sono, come c'è un po' di tutto in questo film-remix, dal personaggio che rasenta il nickelodeoniano a ogni tipo di stereotipo da campus. Jessica Rothe (l'abbiamo vista cantare frammenti di Someone in the crowd in LaLaLand di Chazelle) ci mette del suo con una buona espressività e un physique du rôle ottimo. Israel Broussard (se la cava bene nei panni del goffo e gentile Carter) era co-protagonista in The Bling Ring della Coppola. Nel cast è presente anche Ruby Modine, figlia di Matthew. Il regista di questo film è Christopher B. Landon che proprio non conoscevo (la sua è una filmografia davvero di poco peso) ma devo ammettere che è stato bravo nel perpetuare senza annoiare il ripetersi degli eventi grazie anche a diversi espedienti creativi nell'atto della morte che si fonde coi risvegli.

Auguri per la tua morte non è un film adatto a tutti perché necessita di accettazione incondizionata al cinema a 360° per essere goduto (goduto non certo celebrato) per quel che è e cioè un film pienamente sufficiente che sta riscuotendo un discreto consenso tra gli spettatori e che, se non è stato in grado di spaventarmi come avrei sperato (vabbé, passi qualche jump scare), ho trovato comunque avvincente nelle sue evoluzioni ma soprattutto divertente.
Quasi dimenticavo, nota di biasimo per una locandina davvero poco accattivante. 

 Enrico Bonifazi

sabato 14 ottobre 2017

About "MADRE!"





Non sono state SOLO le mentite spoglie di horror, né questo suo essere il film più chiacchierato dell'anno ad avermi spinto alla visione di "MADRE!"; è che a me Il CIGNO NERO (ad eccezione forse dei minuti finali) è piaciuto molto e nonostante il clamoroso scivolone di Noah, ero curioso di vedere trasposta la voglia di Darren Aronofsky di far rivalere la propria arte. Mai come questa volta le mie attese sono state deluse. Avevo letto dei fischi ricevuti dal film all'ultima Mostra del Cinema nonchè delle pesanti critiche ad uno dei tanti posters promozionali dove la protagonista Jennifer Lawrence è raffigurata con lividi e tumefazioni al volto e il tutto mi era parso sagace opera promozionale visto che ha contribuito ad incuriosirmi. Poi ci si sono messi CinemaScore assegnando a "Madre!" una F (il punteggio più basso) che in pochi altri si erano "guadagnati", oltre al palese omaggio alla locandina di "Rosemary's Baby", a spazzare via ogni mio dubbio spingendomi al cinema. Ad onor del vero vanno sottolineati anche numerosi illustri apprezzamenti di critici statunitensi da me seguiti oltre alle belle recensioni di utenti di FilmTv che stimo e apprezzo come Supadany e Amandagriss. Si torna quindi alla "bellezza negli occhi di chi guarda" ma nel caso specifico non sono stato in grado di guardare oltre il mio naso e scovare alcun pregio se non il fascino indiscusso di Jennifer Lawrence e qualche strascico di atmosfera capace di inquietare e intrigare fino al sopraggiungere di quel "tornado" farsesco, capace di spazzare via ogni minimo interesse in eventuali risposte, nella seconda parte di proiezione. Aronofsky si affida a bravi attori come la Lawrence e Javier Bardem che alle prese con una sceneggiatura "circolare" interpretano una coppia alle prese (LEI) con la ristrutturazione globale di una imponente casa in legno persa in una spianata all'interno di un bosco indefinito e (LUI) con il blocco dello scrittore (e quello di mezza età). Dopo un incipit "prologo" promettente e ad effetto, dove sullo schermo appare il volto di una donna che non riesce a trattenere una lacrima mentre arde tra le fiamme, la vicenda ha inizio. Tutta la narrazione è rinchiusa tra le mura della grande e spaziosa villa e l'esterno è visto solo da una prospettiva interna (finestre e porte aperte) o rare riprese panoramiche. L'equilibrio di coppia scricchiola almeno come le tavole di legno che rivestono i pavimenti in una sinfonia di cigolii e passi soffocati di piedi scalzi che rappresentano la pressochè unica colonna sonora del film. A complicare la situazione della coppia ci si mettono alcuni ospiti seccatori e invadenti il cui arrivo pare esaltare il poeta (Bardem) e mandare totalmente fuori fase la sua giovane consorte (Lawrence) con il loro atteggiamento poco rispettoso per la loro intimità e nei confronti della loro abitazione. Durante questa fase, Aronofsky è abilissimo a creare un'atmosfera cupa, intrisa di un mistero fatto di dettagli e sfumature, che lascia percepire attraverso la prospettiva della sola Jennifer. Indescrivibile l'empatico senso di disagio e fastidio per l'intrusione che si è insinuato in me durante la visione (ottimo lavoro fin qui). Purtroppo si arriva poi al bivio tra il salto di qualità e il decollo della trama ma il risultato è quello di un clamoroso schianto al suolo. Si entra nel grottesco e tutto diviene farsa. Si perde progressivamente interesse in ciò che concupivamo nel film e la tentazione è quasi quella di voler abbandonare la sala. Lo stuzzicante film spiraloide si trasforma in un tornado che vorticando risucchia tutto e tutto disintegra in una confusione da trincea, da non distinguere nemmeno più la notte dal giorno e che non avrei modo di descrivere se non con le parole caos e farsa. Ho pensato "ditemi che è uno scherzo". Il finale, di facile intuizione già verso i tre quarti dello "strazio" ricuce lo strappo aperto dall'incipit e rimane solo la cicatrice di una brutta opera, un "d'autore" commerciale incapace di credibilità fin dai più piccoli dettagli. Un'ansiosa (e tuttavia dignitosa) Lawrence che percorre la casa in lungo e in largo (en déshabillé) nel tentativo di proteggerla, un Bardem bravino ma poco incisivo e dall'equino muso lungo (pure doppiato in maniera poco convincente) che si destreggia con goffaggine in un copione che fa acqua come un colapasta che non è in grado nemmeno di trattenere la pasta oltre a una serie di comparse illustri come un ottimo Ed Harris, una Michelle Pfeiffer con le labbra a 2 atmosfere (brava anche lei), uno spaesato Domhnall Gleeson e una Kristen Wiig impacciata, avrebbero potuto rappresentare forse l'unico pregio di un'opera volutamente fuorviante e capace di distinguersi solo per via dei suoi irritanti eccessi. MADRE! s'illude di poter nascondere la propria "debole" filosofia dietro a un pacchiano esoterismo, a qualche scena di cattivissimo gusto (vabbé, ci potrebbe anche stare) e a una grande, immensa, indescrivibile confusione ma quel che emerge dal calderone non è certo una risposta illuminante ma una disarmante sciarada cinematografica.
A volte una brodaglia è solo una brodaglia.

                                                                                                                                 Enrico Bonifazi
                                                                                                        

About "JUKAI" -La Foresta dei Suicidi-





Jukai -La Foresta dei suicidi- traduzione italiana del titolo originale e assai più discreto "The Forest" è un horror psicologico che prende spunto dalla macabra fama della Foresta di Aokigahara (oggetto due anni fa del film di Gus Van Sant "La Foresta dei Sogni").

La regia è di Jason Zada, celebre soprattutto negli States per qualche videoclip musicale e varie sceneggiature televisive, oltre all'esser stato programmatore di videogames per Commodore 64 quando era poco più che un ragazzo.

La campagna mediatica che ne ha preceduta l'uscita non ha rispettato le "promesse" con la sala più vicina situata a oltre 40 km dalla mia residenza nel bolognese. Sembrava comunque valerne la pena sia per il trailer davvero ben allestito sfruttando appieno la sinergia tra l'indole horror giapponese e la storia (assolutamente vera) della tristemente celebre foresta di Aokigahara alle pendici del monte (vulcano) Fuji. In questa foresta a partire dagli anni '60 (per motivi apparentemente legati alle vicende romantico/drammatiche narrate in un vecchio romanzo) si verificano ogni anno almeno un centinaio di tentativi di suicidi dei quali circa 30/35 vengono portati a termine. Questo ha spinto le autorità locali a organizzare ronde e servizi di vigilanza per individuare soggetti con tendenze suicide prima che s'inoltrino nella foresta e per recuperare i cadaveri in mezzo alla fitta vegetazione. Aokigahara è inoltre circondata di cartelli in varie lingue che invitano a rivolgersi a psicologi in caso di problemi e di slogan atti a fermare e a far desistere ogni aspirante suicida.

Nonostante le ottime premesse e quell'attingere alla verità che nel cinema non guasta mai (anche perché impossibile è sapere quanto del reale il film resti intriso) Jukai rimane un prodotto piuttosto scialbo e inconcludente che non convince nell'insieme. Qualcosa di buono c'è ma deboli collegamenti e mancati approfondimenti oltre a qualche banalità ne disperdono il valore intrinseco strada facendo.




La protagonista è Sara (interpretata dalla Natalie Dormer de "Il Trono di Spade") una ragazza americana dall'infanzia traumatica che spinta da una sorta di "twin telepathy " si reca in Giappone alla ricerca della sua gemella Jess, vista entrare sola nella foresta di Aokigahara e da tutti (ma non da lei) creduta morta. La trama è tutta in queste poche righe e la ricerca di Jess all'interno di una foresta apparentemente capace di alterare le percezioni e la volontà delle persone, coinciderà per Sara al confronto con avvenimenti della sua infanzia. Uno psico-horror non troppo diverso (malgrado le iniziali divergenze) da film come il recente The Bye Bye Man o il più remoto Shrooms (col il tarlo del "mostro" mentale che sferra morsi via via più famelici) ma avvantaggiato da un'ambientazione davvero suggestiva (Jukai in giapponese "significa letteralmente mare di alberi" spiega un'esperta guida orientale in una scena del film). Tuttavia proprio il paesaggio boschivo talvolta si ritorce contro il pathos a causa delle numerose scene diurne, luminose e poco coinvolgenti e una fitta vegetazione che a tratti trasmette quasi sollievo. Ben più efficaci le riprese notturne che comunque non riescono a trasmettere il senso di smarrimento (credo) voluto. In definitiva uno dei tanti horror che tra qualche anno non ricorderemo più se non per un finale confezionato bene (non benissimo), qualche estemporaneo spavento e la triste affascinante fama della foresta di Aokigahara. Ultimo appunto sulla locandina italiana, graficamente eccessiva e priva di fascino a differenza di quella statunitense. Ma perché (???) mi domando.



 (Enrico Bonifazi) 
Foto da FilmTV.it

mercoledì 31 maggio 2017

LA LUCERTOLA





Me ne sto con il viso al sole
e lo sento scorrere in me.
C'è una lucertola
immobile a pochi passi.
Se avanzo fuggirà via
e un po' invidio quel suo istinto così sfacciato,
quel continuo nascondersi dagli uomini,
tutti quanti,
buoni o cattivi che siano.
Lei non maschera le proprie paure,
codarda solo all'apparenza,
invece sincera, spontanea
e ben più coraggiosa degli uomini,
tutti quanti.


Enrico Bonifazi
(Immagine tratta da un dipinto di Alfredo Perrotti)