"Cafarnao" è la polvere nascosta sotto al tappeto. Una storia che spoglia la vita di ogni dignità e ne diventa il più severo biasimo.
"Cafarnao" è lo sguardo di un bambino affamato, lo spasmo di un giovane grembo violato, l'attesa di una carezza agognata.
Un film (diretto dalla cineasta libanese Nadine Labaki) di cruda denuncia sociale che punta il dito contro tutti quei genitori convinti che la nascita di un figlio sia una benedizione o il "bastone per la vecchiaia", incuranti del fatto che un figlio è (prima di tutto) un impegno e un dovere.
La vita per il dodicenne libanese Zain é "un coltello nel petto", una condanna piú che un privilegio. Nato in una famiglia numerosa da genitori rassegnati alla miseria e pronti a sacrificare il futuro della loro progenie per pochi spiccioli, egli s'inventa mille espedienti (perlopiú illegali) per ammonticchiare quel denaro che consenta loro di "conquistarsi il domani". Zain affronta la vita a muso duro sognando un domani diverso per sé e per sua sorella Sahar (di appena undici anni e appena raggiunta dalle prime mestruazioni) sulla quale incombe l'interesse matrimoniale di un uomo adulto. Ma all'interno del ghetto sudicio e polveroso (dove le tradizioni piú antiquate e abominevoli continuano a condizionare le vite delle persone) nessuna azione compiuta dal giovane protagonista sembra in grado di cambiare l'opprimente realtà. proprio per questo, Zain andrà alla ricerca di un suo posto nel "mondo fuori dal quartiere" in cui è cresciuto, fronteggiando responsabilità adulte e gente priva di scrupoli.
L'esistenza del piccolo Zain è una delle tante realtà mediorientali che sembrano interessare a pochi. È la metafora di un occidente che "sfreccia" via indifferente a fianco del "piccolo uomo" come le numerose persone e automobili che lo evitano (frettolose, noncuranti, interessate a un altrove) in diverse scene assai suggestive. Zain impara a diffidare degli adulti e non é un caso che l'unico germoglio di umanità (in un mondo che sa dare solo "calci") lo trovi in una coetanea siriana (anch'essa in fuga dal proprio destino).
"Cafarnao -caos e miracoli-" ci regala molti spunti riflessivi (tutti dal sapore amaro: tanto caos, ben pochi miracoli). L'ostrica che abbandona lo scoglio è destinata a finire male (scriveva Verga nei Malavoglia) ed è una filosofia sempre tristemente calzante per quei miserabili costretti a barattare l'infanzia con le responsabilità e la dignità con pochi spiccioli. Le pari opportunità sembrano precluse a chi ha la sfortuna di nascere in un luogo dove è l'istinto di sopravvivenza a spingerti verso scelte da compiere con riluttanza. In questa "battaglia persa", il bambino ripercorre i dolorosi "passi" compiuti dai suoi genitori, sacrificando gli affetti per un complicato equilibrio. L'unica soluzione possibile, in un pessimismo "leopardiano" che vede la natura prevalere al semplice scopo di perpetuarsi (così come il dolore da essa generato), è (a suo modo di vedere) impedire il concepimento a quegli indigenti che condannano i figli (le "vittime di questo mondo", cantava De André) alla sofferenza di esistere. Costretto a "correre a gambe legate" dietro a quel "purosangue" (sempre al galoppo) che è la vita, Zain, stremato, decide di denunciare il padre e la madre per averlo concepito.
Serve una certa forza per "ammortizzare" la visione di una storia che potrebbe sembrare lontanissima dalla nostra quotidianità (ma lo è solo dai nostri occhi da "ipocriti" spettatori). Esistono quartieri, baraccopoli, Slum, dove tutto ciò è quotidiano. A tal proposito, la carrellata indietro che mostra, dall'alto, il desolante panorama dei tetti sgangherati sui quali giacciono vecchi pneumatici è un un eloquente capolavoro.
"Sognavo di diventare un uomo perbene, una brava persona" confessa Zain di fronte al Giudice e il suo è un proposito modesto, spontaneo, che sgorga dal petto di chi, amaramente, sente già che la strada che porta alla realizzazione non é uguale (addirittura accessibile) per tutti.
Un grido di dolore, una disperata richiesta di aiuto parte dalla periferia di Beirut, dai suoi mercatini caotici, dai tubi rugginosi, dai cumuli di spazzatura nei pressi dei quali si banchetta (comunque grati per il cibo rimediato).
Il mondo pare aver raccolto il "richiamo" (il film risulterà il maggiore incasso mediorientale di sempre) e la speranza (seppur utopica) è che nessuno si volti mai dall'altra parte di fronte al dramma di un bambino come Zain, capace di dare e trasmettere amore ma altrettanto meritevole di riceverne.







