domenica 2 maggio 2021

IN FIAMME

 


Ero lì, ferma davanti a te
mentre con gli occhi catturavi la luce sul mio viso.
Mentre prendevi mentalmente misure e facevi calcoli tenendo conto delle convenzioni.
Ero ferma e indifesa mentre  derubavi la mia immagine.
Me ne stavo lì, col tuo sguardo a farmi compagnia, quando ti ho sentita entrare in profondità,
dove fa bene, dove fa male.
Non ho reagito mentre le fiamme divoravano le mie vesti,
ero distratta dal fuoco più grande avvampato dentro me.
Ho dato il resto della vita per questi pochi giorni, per ascoltare il fruscio del tuo pennello e poterti fissare di rimando.
Sono stata ferma, in posa, mentre il cuore mio, come un cavallo impazzito, prendeva a calci il mio petto.
E mi dicevi "sposta le mani, scopri il collo, girati un po'!"


Adesso girati tu, un'ultima volta
perché valga la pena morire.
Regalami i tuoi occhi. Fa che siano lanterne nel buio.
La mia strada ha un inizio e una fine (le convenzioni esistono anche nella vita) ma la nostra storia resterà custodita lì, alla pagina 28 di un romanzo pieno di altre pagine inutili.
Sono ferma adesso, voltati,
tu che puoi torna alla superficie,
a quella luce che sai gestire bene con strumenti, mani, cuore.
Guardami però un'ultima volta,
restami impressa
come il sole,
quando, fissato troppo a lungo,
continua a brillare attraverso le palpebre chiuse.
Ecco, così.
Sento la tempesta avvicinarsi.
Il buio mi avviluppa,
ma in quelle tenebre
resta il riverbero del nostro fuoco.
L'eterno bagliore di chi ama.

 

        Enrico (Aprile 2021) 

ispirato al film "Ritratto della Giovane in Fiamme"

sabato 20 marzo 2021

About "PALMER"

 


 

Uno dei temi ricorrenti nel cinema indipendente statunitense è la lotta per l'inclusione sociale. Essa può riguardare la ricerca delle pari opportunità per chi ha un reddito molto basso o l'integrazione di un immigrato; poi ci sono coloro che hanno un passato da cancellare e sono in cerca di un nuovo inizio.

Eddie Palmer (Justin Timberlake) è un uomo sulla quarantina che ha finito di scontare una lunga detenzione. Una volta scarcerato, fa ritorno a casa, nella catapecchia della nonna Vivian, che gli ha sempre fatto da madre.
L'anziana (devota e caritatevole) ospita nel suo terreno il caravan dove risiedono una ragazza "sbandata" e suo figlio undicenne di nome Sam (Ryder Allen).
Durante le (numerose) assenze della madre è la signora Vivian a prendersi cura di Sam, ospitandolo a casa sua anche per lunghissimi periodi.
Palmer, nel corso di questa convivenza, nota che il bambino assume atteggiamenti inusuali per un maschio. Veste sgargiante, pettina le bambole e guarda cartoni animati che hanno per protagonista un team di fatine colorate, manifestando interessi considerati tipicamente femminili.
Il ragazzino, con la sua adorabile spontaneità riesce a far breccia nel cuore "indurito" di Palmer che decide di proteggerlo dalla stupidità e dai pregiudizi di un mondo sempre in prima linea nell'appiccicare etichette a chi non rispetta i canoni di quella normalità che altro non è se non un concetto vago (e bigotto).
Palmer si troverà a lottare per riabilitarsi perché è difficile lasciarsi alle spalle un passato che è vivo e riaffiora da ogni sguardo (giudizio) che la gente per strada ti rivolge. Ma la sua sfida sarà anche proteggere Sam perché ancora più difficile è comprendere l'accanimento verso chi, come il suo giovane amico, di colpe non ne ha.
Nella ricerca di redenzione, l'uomo dovrà fare continuamente i conti coi suoi trascorsi ma lungo il "cammino" incontrerà anche persone sulle quali poter contare, che conoscono il significato di un pentimento sincero e l'importanza del perdono. 

-"Quanti maschi vedi in quel cartone?"

-"Nessuno."

-"E questo cosa ti dice?"

-"Che forse posso essere il primo?"



Le sabbie mobili dei nostri errori cercano prepotentemente di tirarci giù, ma allungando una mano oltre la superficie, capita di trovarne una amica che saprà afferrarci e sostenerci.

Ai più, questo Palmer potrà sembrare l'attuazione di una strategia "furba" e vincente e in parte lo è. La distribuzione (i diritti sono stati acquisiti da Apple) è iniziata nel gennaio 2021, stabilendo il record di visualizzazioni sulla piattaforma della "mela morsicata".

Il regista Fisher Stevens (molto più spesso davanti, che dietro alla macchina da presa) decide di colorare una realtà che viene spesso raffigurata con tinte di grigio. Stevens, probabilmente, prende spunto dai film di Chbosky (come Wonder) capaci di "apparecchiare" il dramma senza allontanarsi troppo dal target di "visione familiare".

Il film, infatti, ha un taglio da fiaba sociale con qualche "tinta forte". Suscita riflessioni, commuove profondamente ma senza infierire sui "nervi scoperti" (privo cioè di quel sadismo realista, tipico dei film d'autore).  I personaggi sono perfetti stereotipi della società moderna. I dialoghi sono originali, freschi e muniti di una carica piacevole nonché del giusto peso.
Timberlake sa il fatto suo, come ha sempre dimostrato nelle sue apparizioni cinematografiche e  Ryder Allen si è meritato, con questo ruolo, una menzione al Critics' Choice Award come miglior giovane interprete.
Bravi entrambi a cercarsi l'uno nell'altro con la voglia di essere capiti e di sentirsi "giusti così" senza che questo implichi il venire approvati quotidianamente da persone affettivamente insignificanti (giudici, datori di lavoro, servizi sociali, compagni di scuola).
Un film sicuramente da vedere perché riesce a raccontare una storia nella storia andando oltre quella "crosta vecchia" che è il tema dell'accettazione del comportamento ritenuto "diverso", all'interno della famiglia (come già visto in film come Billy Elliot, ad esempio). "Palmer" rapporta questo a una realtà ottusa, ancorata a princìpi "tossici" che, senza l'aiuto delle giuste figure di riferimento, rischierebbero di sbranare la nostra personalità. 


In una quotidianità fatta di sorrisi da "cassiera", più per compiacere gli altri che noi stessi, ritrovare la spontaneità renderebbe tutti e tutto un po' migliore e sicuramente più vero. 




domenica 7 marzo 2021

INCHIOSTRO 3

 

 

 

Guarda la tua immagine riflessa.
No, non nello specchio,
in ciò che scrivi.
Osserva il punto dove l'inchiostro incontra la luce.
Si formano nuovi colori.
Le macchie sui polpastrelli dicono che hai tanto da raccontare.
Il battito del cuore
arriva alle estremità.
La biro non è un prolungamento delle tue dita
ma di quel che sei.
Perciò guardati in queste righe,
cercati e riconosciti
laddove nessuna immagine riflessa ti rappresenta.
Non soltanto nella linea sul foglio bianco,
trovati anche negli spazi.
L'inchiostro è al servizio della poesia, come l'ossigeno lo è della vita.
E allora vivi, scrivi,
sii poesia.

 

                                         Enrico (marzo 2021)

domenica 28 febbraio 2021

About "MY BLUEBERRY NIGHTS" -Un bacio romantico-

 


"È come per le torte. Alla fine di ogni serata.
Del cheesecake e della torta di mele non rimane assolutamente nulla, della mousse di pesche e della torta di cioccolato ne rimangono delle fette, mentre la meravigliosa torta di mirtilli rimane intatta"
"Cos'ha che non va la torta di mirtilli?"
"Non ha niente che non va questa torta. Non si può dire che non sia buona. È solo che la gente sceglie altro"

Wong Kar-Wai (In the mood for love, Hong Kong Express), regista non convenzionale ai canoni del cinema cinese, ci offre un percorso poetico ed emozionale che è metafora dell'innamoramento.
Una storia di sussurri, sguardi, silenzi, battiti.
Un film, in parte "on the road", lungo quella "strada asfaltata" che taglia in due gli Stati Uniti e che altro non è se non la lunga traiettoria interiore che porta verso individuazione e consapevolezza.

Elizabeth (Norah Jones) ha il cuore infranto per essere stata tradita dal suo ragazzo. Determinata a rompere la relazione, lascia l'appartamento che condivideva con lui a New York City, attraversa la strada ed entra in un piccolo locale in preda a rabbia e delusione. La ragazza conosce così il gestore del bar, Jeremy (Jude Law), gli affida le chiavi dell'appartamento (affinché il suo ex venga a riprendersele) e inizia a confidarsi con lui tra dubbi, interrogativi sospesi e qualche lacrima. Piacevolmente "invischiata" nella confortevole (filosofica) conversazione, Elizabeth, non ancora pronta per lasciarsi il passato alle spalle, parte per un lungo viaggio alla ricerca di se stessa, consapevole che tutte le strade portano al cuore sebbene il percorso non sempre sia ben tracciato.

 


Della travagliata elaborazione del "lutto" sentimentale si hanno più forme durante il viaggio (quello vero) che intraprende la protagonista. Elizabeth, cambiando città e lavorando come cameriera in due locali diversi (in uno si farà chiamare Lizzie, nell'altro Beth)  conoscerà Arnie e Leslie, anime in pena, che si aggrappano a rapporti (consumati da tempo) che trascinano lungo un'esistenza misera, fatta di rimorsi e rimpianti.

Kar-Wai sceglie l'automobile (veloce e affidabile e che può essere piacevolmente condivisa) come figura retorica di un obiettivo che vogliamo raggiungere (il veicolo che ci porterà sulla strada giusta) o come raffigurazione di quello sfacelo sentimentale e affettivo che vogliamo rimuovere (mezzo capace di causare incidenti mortali o malinconico oggetto-ponte con un passato che ormai si può solo rimpiangere).

L'amore sa aspettare la personale odissea degli esseri umani. Il "sangue versato" coagula e ogni ferita cicatrizza.
L'amore però, non è come la luce. Non si propaga per linea retta e deve sempre disegnare larghe parabole per aggirare gli ostacoli quando ci si sente fragili e vulnerabili.
Il regista cinese riesce a raccontarlo (l'amore) magistralmente, attraverso lo stupore dei volti e degli sguardi in primo piano (spesso catturati da oltre la vetrina del piccolo locale, come a volerne mettere in risalto fragilità e spontaneità). L'amicizia tra Elizabeth e Jeremy è qualcosa di puro e rassicurante (la bussola che orienta).
A Jeremy, Elizabeth ha consegnato le chiavi (si è aperta) ed è (solo) apparentemente facile attraversare una strada e varcare una soglia. Come al campo seminato a maggese, prima del cambio di coltura, servono tempo, cura, condizioni favorevoli, per un ritorno alla "fertilità".

A impreziosire questa allegoria del "fall in love", oltre all'incantevole atmosfera da "sottovoce" e le pregevoli sequenze "attenuate", ci pensa la fotografia del grande Darius Khondji (capace di creare atmosfere indimenticabili in film come Seven, Panic Room, Fanny Games e Midnight in Paris -solo per citarne alcuni-). Infatti, My Blueberry Nights (riconvertito un po' banalmente in "Un bacio Romantico") offre un poetico impatto visivo con una ricerca della "pennellata" di luce quasi impressionista in quel crepuscolo un po' "al mirtillo" che caratterizza le notti narrate in questa storia.

 

 

Come i segni sulla sabbia cancellati dall'ondata prima e dalla risacca poi, le ferite spariscono e si dimentica il dolore che hanno causato, perché l'amore è quel boomerang che stringiamo in mano e, talvolta, scagliamo il più lontano possibile, sapendo bene che un giorno (dopo aver attraversato una strada o una nazione intera) tornerà (con impeto forse maggiore) da noi.


giovedì 18 febbraio 2021

About "THE HOLE" di Joe Dante

 


 

Joe Dante, regista (da) sempre abilissimo nel "confezionare" storie avvincenti che "miscelano" realtà e fantasia (come Gremlins, Small soldiers, L'ululato, per citarne alcuni), ci proietta nei labirinti dell'inconscio, "giocando" con le paure e le rimozioni che nascondiamo in noi stessi.

The Hole, film del 2009 (da non confondere con l'inquietante omonimo del 2001 interpretato da Thora Birch e Keira Knightley), coerentemente con lo stile cinematografico del regista ci fa rivivere i  vecchi e piacevoli schemi delle pellicole anni ottanta, quando il cinema hollywoodiano sapeva gestire con padronanza elementi surreali all'interno di una commedia, sconfinando di tanto in tanto nell'horror pur senza stravolgere alcuna "griglia" del rating.

La storia (incipit classico del cinema made in USA) parte dal trasloco di una famiglia, i Thompson, composta da madre (la Teri Polo di Ti Presento i Miei) e due figli, il diciassettenne Dane e il piccolo Lucas (che non fanno altro che stuzzicarsi a vicenda).
Un pomeriggio, durante l'ennesimo litigio sotto gli occhi della loro nuova vicina Julie (una giovanissima Haley Bennett), urtano uno scaffale dello scantinato che, cadendo, rivela la presenza di una misteriosa botola chiusa con grossi lucchetti.
La curiosità li spinge ad aprirla, ignari di quel che ne conseguirà. Dietro il portello, infatti, si cela (sotto le mentite spoglie di un pozzo senza fondo) un passaggio dimensionale che li metterà di fronte alle proprie recondite paure.

Una narrazione divertente, le atmosfere ben "giostrate" che sanno variare dalla piacevole luminosità del giardino alla cupa penombra della cantina, nonché il mistero che si rivela poco per volta, danno corpo a questo film dalla bella morale. 

L'ostilità al cambio di città di Dane, ricorda lo scetticismo di Daniel Larusso (The Karate Kid) giunto controvoglia in California. La vicina attraente, curiosa e perspicace è anch'essa un personaggio ricorrente nei film della prima metà degli anni ottanta, come d'altronde l'anziano un po' svitato (un brizzolato e spettinatissimo Bruce Dern) ex abitante della casa (e per questo al corrente del pericolo rappresentato dall'apertura della botola) che ricorda il Doc Brown di Ritorno al Futuro. Si strizza l'occhio anche a Poltergeist quando un sinistro pupazzo a forma  di clown fa la sua apparizione nella camera di Lucas dando corpo alla sua più grande fobìa. 


Sia chiaro, il film non è imperdibile e non è un capolavoro della cinematografia. Con due aggettivi lo definirei piacevole e frizzante. Il fatto che sia stato girato con la tecnica del 3D la dice lunga sul fine commerciale di questo lungometraggio.


The Hole, però, non è soltanto una lotta contro le grandi paure soggettive dei protagonisti (non è il "molliccio" Harrypotteriano, per intenderci) ma è la metafora di quella crescita personale che implica il superamento delle stesse. Tutti abbiamo (in noi) una botola "in cantina" dove rinchiudiamo il passato che non vogliamo ricordare, ma soltanto elaborando ciò che ci spaventa potremo essere padroni di noi stessi.
Non importa se a spaventarci è qualcosa da cui si fugge (un padre violento e criminale), un brutto ricordo che cerchiamo di barricare nel subconscio (la morte di una persona cara) o il più infantile dei timori (il terrore dei pagliacci); la botola si aprirà inevitabilmente lungo il nostro cammino e sta a noi trovare la forza di richiuderla, con coraggio, volta per volta.
 

domenica 7 febbraio 2021

About "CAFARNAO -Caos e Miracoli-"

"Cafarnao" è la polvere nascosta sotto al tappeto. Una storia che spoglia la vita di ogni dignità e ne diventa il più severo biasimo.
"Cafarnao" è lo sguardo di un bambino affamato, lo spasmo di un giovane grembo violato, l'attesa di una carezza agognata.
Un film (diretto dalla cineasta libanese Nadine Labaki) di cruda denuncia sociale che punta il dito contro tutti quei genitori convinti che la nascita di un figlio sia una benedizione o il "bastone per la vecchiaia", incuranti del fatto che un figlio è (prima di tutto) un impegno e un dovere.
La vita per il dodicenne libanese Zain é "un coltello nel petto", una condanna piú che un privilegio. Nato in una famiglia numerosa da genitori rassegnati alla miseria e pronti a sacrificare il futuro della loro progenie per pochi spiccioli, egli s'inventa mille espedienti (perlopiú illegali) per ammonticchiare quel denaro che consenta loro di "conquistarsi il domani". Zain affronta la vita a muso duro sognando un domani diverso per sé e per sua sorella Sahar (di appena undici anni e appena raggiunta dalle prime mestruazioni) sulla quale incombe l'interesse matrimoniale di un uomo adulto. Ma all'interno del ghetto sudicio e polveroso (dove le tradizioni piú antiquate e abominevoli continuano a condizionare le vite delle persone) nessuna azione compiuta dal giovane protagonista sembra in grado di cambiare l'opprimente realtà. proprio per questo, Zain andrà alla ricerca di un suo posto nel "mondo fuori dal quartiere" in cui è cresciuto, fronteggiando responsabilità adulte e gente priva di scrupoli. 

 

 

L'esistenza del piccolo Zain è una delle tante realtà mediorientali che sembrano interessare a pochi. È la metafora di un occidente che "sfreccia" via indifferente a fianco del "piccolo uomo" come le numerose persone e automobili che lo evitano (frettolose, noncuranti, interessate a un altrove) in diverse scene assai suggestive. Zain impara a diffidare degli adulti e non é un caso che l'unico germoglio di umanità (in un mondo che sa dare solo "calci") lo trovi in una coetanea siriana (anch'essa in fuga dal proprio destino).


"Cafarnao -caos e miracoli-" ci regala molti spunti riflessivi (tutti dal sapore amaro: tanto caos, ben pochi miracoli). L'ostrica che abbandona lo scoglio è destinata a finire male (scriveva Verga nei Malavoglia) ed è una filosofia sempre tristemente calzante per quei miserabili costretti a barattare l'infanzia con le responsabilità e la dignità con pochi spiccioli. Le pari opportunità sembrano precluse a chi ha la sfortuna di nascere in un luogo dove è l'istinto di sopravvivenza a spingerti verso scelte da compiere con riluttanza. In questa "battaglia persa", il bambino ripercorre i dolorosi "passi" compiuti dai suoi genitori, sacrificando gli affetti per un complicato equilibrio. L'unica soluzione possibile, in un pessimismo "leopardiano" che vede la natura prevalere al semplice scopo di perpetuarsi (così come il dolore da essa generato), è (a suo modo di vedere) impedire il concepimento a quegli indigenti che condannano i figli (le "vittime di questo mondo", cantava De André) alla sofferenza di esistere. Costretto a "correre a gambe legate" dietro a quel "purosangue" (sempre al galoppo) che è la vita, Zain, stremato, decide di denunciare il padre e la madre per averlo concepito.  

Serve una certa forza per "ammortizzare" la visione di una storia che potrebbe sembrare lontanissima dalla nostra quotidianità (ma lo è solo dai nostri occhi da "ipocriti" spettatori). Esistono quartieri, baraccopoli, Slum, dove tutto ciò è quotidiano. A tal proposito, la carrellata indietro che mostra, dall'alto, il desolante panorama dei tetti sgangherati sui quali giacciono vecchi pneumatici è un un eloquente capolavoro.

"Sognavo di diventare un uomo perbene, una brava persona" confessa Zain di fronte al Giudice e il suo è un proposito modesto, spontaneo, che sgorga dal petto di chi, amaramente, sente già che la strada che porta alla realizzazione non é uguale (addirittura accessibile) per tutti.
Un grido di dolore, una disperata richiesta di aiuto parte dalla periferia di Beirut, dai suoi mercatini caotici, dai tubi rugginosi, dai cumuli di spazzatura nei pressi dei quali si banchetta (comunque grati per il cibo rimediato).

Il mondo pare aver raccolto il "richiamo" (il film risulterà il maggiore incasso mediorientale di sempre) e la speranza (seppur utopica) è che nessuno si volti mai dall'altra parte di fronte al dramma di un bambino come Zain, capace di dare e trasmettere amore ma altrettanto meritevole di riceverne.
 

domenica 24 gennaio 2021

About "MONOS -Un gioco da ragazzi-"



Monos è un film suggestivo e sgangherato che si offre al pubblico in tutto il disagio della sua "nudità" e inadeguatezza. 

È l'avventura di un baby-commando, accampato in una landa colombiana desolata posta a quattromila metri sopra il livello del mare. I ragazzi, "ribattezzati" in Lupo, Gambalunga, Rambo, Lady, Svedese, Puffo, Cane e Boom Boom hanno il compito di vigilare su "la dottoressa", una prigioniera politica statunitense.
Scollegati dalla società, in uno dei luoghi più umidi e meno accoglienti del mondo (tra fanghi argillosi, nebbie e larghe spianate silenziose) ricevono ordini via walkie-talkie da un messaggero che si reca da loro saltuariamente stabilendo regole e gerarchie e arrivando financo ad approvare (o meno) le relazioni sentimentali interne al gruppo. Le cose però degenerano ogni volta che il messaggero si allontana. Il caos adolescenziale dilaga. Come i topi che ballano in assenza del gatto, i ragazzi sfogano ogni loro infantile istinto in giochi e danze sfrenati, insubordinazioni, sconsideratezze varie che, di fatto, minano il fragile equilibrio "interno". Il loro comportamento ricorda per certi versi quello delle scimmie che si radunano in gruppi seguendo un capobranco ma sempre pronte a liberare l'istinto ribelle e autonomo (il titolo del film Monos è, infatti, la parola spagnola che significa scimmie).
La scarsa attenzione e il "lassismo" dei giovani "vigilantes" spinge la dottoressa verso vari tentativi di fuga mentre i comportamenti irresponsabili di molti componenti del gruppo tendono a fare "scricchiolare" l'autorità del capo in un clima "borderline", mai del tutto rilassato.

Introducendoci attraverso spettacolari e incontaminati scenari naturali montani e passando per la giungla fino alle correnti impetuose del fiume Samanà Norte e alle sue prode muschiose, Monos si mantiene interessante a prescindere dalla sua chiave di lettura (rivelata dal regista Alejandro Landes); e cioè quella di essere un'azzeccata metafora della Colombia attuale, una nazione relativamente giovane con molti conflitti interni, violenza, illegalità, ma anche amore, bellezza e redenzione, tutto mescolato insieme in una politica instabile che la rende "indomabile". 

Gli attori sono quasi tutti ragazzi che hanno mosso qui i primi passi nel mondo del cinema ma riescono a trasmettere benissimo i conflitti (a volte interiori) con una realtà (spesso forzata) che va spesso a sfociare in frustrazione dovuta ai sensi di colpa e all'impossibilità di cambiare le cose. 

Un film amaro, che comunica attraverso un linguaggio meravigliosamente cinematografico.